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Le proposte per il Sistema agricolo calabrese e meridionale

L’agricoltura calabrese ha numeri positivi ma per la Fai Cisl lungo la filiera agroalimentare sono ancora troppe le criticità da risolvere. Proposto per il futuro il coordinamento tra i Piani di Sviluppo Rurale delle regioni meridionali

Per quanto piccola e con una superficie agricola utilizzata non particolarmente ampia, la Calabria vanta una insopprimibile natura rurale, un destino agricolo che, soprattutto negli ultimi anni, viene avvertito sempre di più non come limite ma come occasione, opportunità, forza produttiva, economica ed occupazionale.

A testimoniarlo sono i numeri che, ad esempio, indicano nel 2017 un tasso di sviluppo complessivo pari al 2% ed una crescita del settore agricolo che ha raggiunto un ragguardevole +7,9%.

La consistenza e la dinamicità dell’agroalimentare calabrese, piccolo nei numeri totali ma ai primi posti nazionali in alcune filiere e comparti, può essere espressa attraverso alcuni dati di massima.

I dati positivi riguardano – ad esempio – a) le aziende condotte da under 35 che sono poco meno di 4mila con un dato del 10,5% rispetto ad una media nazionale del 6,8%; b) la produzione che aumenta, c) il principale prodotto, l’olio, che ci vede con il 17% della produzione nazionale al secondo posto dietro la Puglia, che può finalmente contare su una IGP regionale con una possibile commercializzazione e promozione unitaria.

Anche l’export – che incide pochissimo sul totale nazionale – ha segnato nel 2017 un incremento del 12,9% – di fatto più del 50% dell’export regionale ed a conferma della vocazione agricola della Calabria.

Basti pensare che – ad esempio – dal 2014 al 2017 l’export di vino calabrese è aumentato del 44%.

Nel 2017 la ripresa ha riguardato anche i posti di lavoro, l’occupazione ha segnato un + 2% anche se mancano ancora circa dieci punti per raggiungere i livelli occupazionali pre- crisi.

La realtà agricola ed agroalimentare che abbiamo di fronte in Calabria può essere dunque valutata positivamente non solo e non tanto per la sua consistenza attuale quanto soprattutto per la costante crescita e per le prospettive che appaiono a portata di mano.

Prospettive la cui realizzazione concreta dipende tuttavia dal superamento di alcune criticità che, inevitabilmente, le condizionano.

Intanto, ad esempio , la maglia poderale delle aziende agricole ed agroalimentari è ancora troppo piccola rispetto alla media nazionale e lontanissima dai numeri europei, circostanza – quest’ultima – che dovrebbe motivare una più coordinata e consistente cooperazione.

Da questo punto di vista la Calabria è in controtendenza nazionale, secondo i dati del Mipaaf, il numero di Organizzazioni di produttori (le Op) negli ultimi otto anni è addirittura diminuito: se nel 2010 erano presenti 22 Op – con una punta di 25 nel 2012 – nel 2018 ne risultano attive 19.

In controluce va detto che le 19 attive hanno aumentato il loro volume d’affari e l’occupazione, segno evidente di una razionalizzazione in atto, ciò non toglie – tuttavia – che la cooperazione è ancora un punto debole soprattutto se si considera il fatto che non è presente alcuna Associazione tra OP e questo inevitabilmente incide sull’organizzazione strutturata delle filiere.

Cosi come incide sul fatto che a fronte di una realtà produttiva consistente è ancora decisamente limitato l’aspetto che riguarda i percorsi di trasformazione e, conseguentemente, di commercializzazione con un effetto immediato sulla creazione di stabilimenti produttivi che garantiscono occupazione stabile e non stagionale.

Quelli esistenti scontano poi tutto il peso di un gap infrastrutturale che alle latitudini calabresi è particolarmente consistente.

Ma in Calabria, più che altrove, l’agricoltura assume anche un diverso e possibile significato che riguarda il contrasto a fenomeni che segnano sempre di più il territorio, parlo dei fenomeni di abbandono delle aree interne e dell’emergenza dissesto idrogeologico.

Strutturare e fortificare una diffusa produzione agricola potrebbe essere una risposta, affatto scontata, ad entrambi i fenomeni.

Il patrimonio agroalimentare calabrese è infatti notevole, poco meno di 40 i prodotti con marchio DOP, IGP o STG con alcuni di questi prodotti fortemente riconoscibili ed intimamente legati al territorio, pensiamo ad esempio alla Cipolla Rossa di Tropea, al Bergamotto, alle Clementine di Calabria, al cedro, al limone, alle nocciole, alla Patata della Sila.

Alcuni di queste produzioni – ma anche gli allevamenti di razze autoctone – potrebbero infatti determinare occupazione, ripopolamento e sviluppo per quelle aree interne e rurali che oggi rappresentano un problema.

Va da se che anche nella nostra regione la ridefinizione, il consolidamento e lo sviluppo del sistema agricolo passa attraverso l’impiego efficiente ed efficace dei fondi del Piano di Sviluppo Rurale.

Ma se in Calabria, infatti, occorre rafforzare il ricambio generazionale, sostenere i percorsi di aggregazione e cooperazione tra le imprese, selezionare le filiere produttive sulle quali concentrare i sostegni economici, promuovere ed internazionalizzare aziende e prodotti non c’è dubbio che tutti gli interventi debbano essere fondati su un progetto ancora più ampio e che guardi al Sud Italia.

Il progetto di sviluppo che andrebbe pensato, programmato e costruito dovrebbe essere condiviso con le altre regioni, perché non pensare – ad esempio – ad una collaborazione che ponga in essere progetti sperimentali con prodotti di una regione che vengono trasformati in un’altra realtà meridionale grazie ad un consorzio interregionale finalizzato a valorizzare le qualità e la distintività dei prodotti agricoli del sud.

E da quest’ultimo punto di vista forse sarebbe anche il caso di iniziare a ragionare i Piani di Sviluppo Rurale regionali possano e debbano coordinarsi con quelli di altre regioni in modo tale che le risorse riferite ad alcune filiere produttive comuni possano concretamente essere un moltiplicatore di opportunità.

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